MATRIX

Lorca cantava tempi forse  più duri di questi.

Troppe ore attaccati ai PC, da farsi saltare le pupille e cadere in un mondo di iperconnessione 24 h su 24, non portano ottimismo, ma vediamo.

Fondamentalmente il mio intento non è né pessimistico né ottimistico. L’ontologia che cerco e su cui posare i piedi equivale a escludere la validità delle leggi fisiche. Le leggi fisiche o chimiche o in generale quelle che riguardano il nostro approccio alla natura non possono essere oggetto di poesia, a meno di raccontare l’universo con la forza della matematica che però è intrappolata nelle sue equazioni e dunque non può raccontarci quello che non è.

Alla fine genereranno il Dio dell’immanenza che le ha create. Forse però abbiamo dimenticato l’inconscio dell’universo, il lato che sogna e con esso la grande rimozione di cose che ha dovuto sopportare. Troppo facile arguire che in questo momento stiano venendo a galla certi rospi che le abbiamo fatto  digerire, come i transuranici che non si era proposto di tirare in ballo per non impressionarci troppo o la polverina nera sospesa nella più pura atmosfera del sistema solare.

Nella mia fumettistica  c’è anche Matrix.

Pillola blu o rossa?

La sera, nel mio dormiveglia mi tocca scegliere. Talvolta sbaglio e mi ritrovo al buio tra catene di impegni del giorno dopo, sopraggiunge il rumore delle cremagliere, delle catene di montaggio del lavoro anche quello intellettuale e di ricerca.

Mi perdo in esse come Charlot, uscendone a pezzi in preda a follia convincendomi che avrei fatto bene a ingoiare l’ altra pillola. Altre volte sbaglio di mattina e allora mi ruotano attorno visioni di gechi enormi e agavi mangiatrici di auto. Il traffico intero si lascia ingoiare dalla bocca di una rotatoria, quella di un carcere sotterraneo che diventa il mio stesso lavoro.

Vedo parrocchetti destinati ad un potere sempre più grande, a fare forse un salto di qualità e prendersi quello dei nostri politicanti.

Chi è che beve il mio caffè alle quattordici di un giorno feriale, al bar dell’angolo su una via importante di Bari vicina alla sua Università? Me lo chiedo guardandomi in uno specchio di argento liquido da cui non riesco a staccare il viso.

Il pessimismo che tu vedi viene fuori da questa frustrazione di scegliere in maniera indecisa, cronicizzatosi in scelte a metà tra realtà e finzione che dunque offrono con una mano felicità e l’ annullano con l’altra. Il tempo in questo modo incespica nei progetti, ha uno strano modo di fingere realtà.

È il suo stallo nei cieli del senso.

Mi abita il sospetto di vivere in una irrealtà feconda di seppie giganti, una produzione continua di altre realtà che si succedono con la furia dell’inconscio tra le pagine bianche di un libro chiuso alla pag 87.

Mi abita una strana voglia di non dire affatto, negare alla parola l’accesso al significato, confonderle il contesto e quindi ucciderla.

Sì, è questo l’intento ultimo. Perché nessuna parola è degna di vivere una vita di significato in una narrazione edificante, di rapporto a una verità che si nasconde dietro la parola verità ma funzionale alla funzionalità fine a sé stessa.

E qui scompaiono gli abiti, i lacci delle sillabe, si perde l’ anello tra una parola e l’altra.

Quando scompare una parola non è il vuoto a subentrare, ma il terrore di un meccanismo di creazione inceppato, un danno al meccanismo stesso del pensiero, una interruzione permanente nel lancio di dadi.

Quale allora la pillola giusta?

Se la poesia assomiglia più a un nascondere che a una relazione scientifica non è per mia colpa.

Molti altri hanno lavorato per darle un aspetto migliore di quella che esce dalle mie mani, coprendola di sante denunce, di bellezza sublime e significati divini, di godibilissimi poemi da cui trarre ristoro prima di addormentarsi.

Conosco poeti che santificherei subito per come sanno dare un senso anche ad una sfera.

Ma qual è il risultato?

Nessunissimo dinnanzi a un altro modo di intendere lo sguardo sul mondo. La  banalità da cui è cinta,  -la stessa di chi si sente escluso dai giochi e se ne fa una ragione- è pari solo all’ arroganza con cui per molto tempo quest’ultima ha proceduto sulla via della salvezza dell’umanità attraverso la scienza, la politica e consorelle  e adesso invece si è mutata in quella che dice:

-Ho scherzato ma adesso si fa sul serio, si prende a scopo soltanto la potenza per diventare sempre più potente.

In fondo c’è Matrix. Dunque cos’è l’uomo? Una pila.

Ma si può scoprire il piacere  di giocare a scacchi anche senza una soluzione su cui contare, estraendo piacere dal Nulla di un risvolto dei pantaloni di Prufrock:

“Divento vecchio… divento vecchio…

Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.”*

Questo sì che mi interessa perché diventando vecchi sento di rimpicciolire sempre di più e ciò mi sembra oltremodo desiderabile almeno quanto non aver mai cercato successo e fama. Almeno dal mio punto di vista. Chissà che non sia la cabina telefonica giusta attaccata al filo di speranza che separa dal pessimismo. D’altro canto penso di riuscire per Maggio a realizzare alcune cosette di cui vado fiero, intanto che la matematica insegue il mondo nel tentativo di dominarne il moto.

  • *T.S.Eliot

EBOLA

EBOLA

 

Liquidare l’uomo. La contabilità delle angosce sul treno

Persino l’Africa diventò America e nell’infiorescenza il voodoo.

 

Tutto scorre perché un virus abolì la complessità degli organi

Bisognava ricostruire Berlino su un’idea di Tito 70 d.C.. Quali differenze?

 

Mettere un capriolo al posto di una mela

Invece dell’albero della conoscenza il gruppo sanguigno.

 

Una schiuma antropomorfa divenne simbolo di intelligenza

Il chopper in mano a un broker vendicava Abele.

 

Salì sul palco la campagna d’Italia.

Due o tre australopitechi al posto  di  Napoleone.

 

Un trasfigurare Austerlitz e diventare marzo 2020.

Dinnanzi ai popoli la mitraglia da cui discese l’ossidiana.

 

In un angolo della savana la termite accumulò membrane

in salvo la discendenza dei fosfolipidi.

 

I Dna invece giacevano a distanza

sapevano di pesce marcio, ancora infetti.

 

Non se ne sarebbe fatto niente senza un’idea volgare.

Al figlio magro l’esilio del fiume.

 

La mano andò alle generazioni passate.

L’occasione di ricostruire il canino da latte.

 

Non si era  tentato Dio?

 

Intorno al tavolo dei Gentili rimase poca entropia

qualche miliardo di ossa ancora da liquefare.

 

Bastava chiedere aiuto,

ma nessuno se la sentì di pagare il conto.

 

Si trattava di stabilire una distanza.

Capire l’asintoto sull’inorganico.

 

Nei test c’è sempre qualcuno più intelligente

e Tiresia che vede nel buio.

 

Uno iato divide dal Sapiens Sapiens.

Una rete nella penombra di chissà chi.